주님의 기도(마태 6,7-15)

그리스도께서 제자들에게 가르쳐 주신 ‘우리 아버지’ 기도는 마치 액자 속 그림처럼, ‘올바른 기도’(마태 6,5-8)와 ‘올바른 단식’(마태 6,16-18)이라는 앞뒤의 가르침 사이에 보석처럼 박혀 있다.

앞에 있는 ‘올바른 기도’에는 절제에 대한 권고가 담겨 있다. 말을 아끼고 기도의 분량을 자랑하지 말라는 초대이다. 태곳적부터 인간은 신들에게 너무나도 손쉽게 수많은 말을 쏟아부어 왔다. 그들을 설득하려 애썼고, 때로는 지치게 하려 했으며, 그러다가 자기 자신을 먼저 지치게 하기도 했다.

그러나 참된 기도는 말을 더하는 것이 아니라 덜어내는 일이다. 기도란, 우리가 입술을 열기도 전에 이미 우리 마음을 알고 계시는 분이 계심을 아는 것이다. 축복의 품으로 우리를 먼저 기다리시는 분, 우리가 표현하지 못한 신음까지도 귀 기울여 들으시는 분이 계심을 신뢰하는 일이다. 기도는 기도문을 읊조리는 것이 아니다.

기도는

그분의 빛이 드리운 어둠 속으로 스며들고

그 안에서 그분께 붙들려,

그분께서 내 안에서 말씀하시고

그분 때문에 침묵하는 일.

기도는

그분께서 기도하시고,

그분께서 숨 쉬시며,

그분께서 사랑하시는 나,

내가 그분에게서 사랑받도록

나 자신을 그분께 내어 맡기는 일.

기도는 풀밭,

그분께서 그 위를 지나가신다.

(아드리아나 자리, Adriana Zarri, 1919~2010년)

이처럼 정제된 언어와 넓어진 마음, 받아들이는 침묵 안에서 비로소 “아버지!”라는 호칭이 울려 퍼질 수 있다. 이는 “우리를 하느님의 자녀가 되게 하는 영을 받았기에, 그 영에 힘입어 ‘아빠! 아버지!’라고 외치게 한다.”(로마 8,15 참조) 성령의 탄식이다.

그때 우리는 깨닫는다.

기도에는 사실 단 한 마디면 충분하다는 것을. “아버지.” 그 한 단어면 족하다는 것을.

‘우리 아버지’ 기도를 가만히 들여다보면, 그것은 논증의 기도가 아니다. 추론이나 설득의 구조가 아니라, 관계의 구조이다. 모든 청원은 ‘아버지’라는 호칭을 중심으로 맴돈다. 아버지의 이름, 아버지의 나라, 아버지의 뜻, 아버지의 용서. 모든 것은 아버지로부터 시작되어 아버지께로 돌아간다.

말하자면, ‘우리 아버지’ 기도는 이런저런 필요의 충족을 청하기보다, 아버지께 ‘아버지가 되어 주실 것’을 청하는 것이다. 기도의 수신자, 즉 우리가 향하는 그분 자체가 간구의 대상이 되시는 것이다. 예수님께서는 우리에게 전례용 공식을 건네주신 것이 아니라, “우리를 하나의 관계 속으로 이끄셨고, 생명으로 인도하셨으며, 하나의 체험에 접속하게 해주셨다.”(주제 톨렌티누 데 멘돈사, J.T. de Mendonça, 추기경, 1960년~)

본문의 마지막 구절들이 암시하듯, 기도의 진실함은 그것이 걸치고 있는 언어보다 그것이 만들어내는 ‘관계’에 있다. 아버지께 사랑받는 자녀는 조금씩 다시 사랑하고, 다시 내어주며, 다시 용서할 줄 아는 존재로 변화되어간다.

루이지 마리아 에피코코(Luigi Maria Epicoco, 1980년~)가 말하듯, “타인은 하느님이 아니다. 그렇기 때문에 우리는 타인의 불완전함과 실수 가능성, 그의 구조적 연약함을 기억해야 한다. 용서란, 타인이 끝까지 인간으로 남을 수 있도록 허락하는 일이다. 처음부터 그가 지금과 다른 존재가 아니었으며 언제나 그럴 것도 아닐 것이기에 완벽하지 않음 속에서도 다시 시작할 수 있는 기회를 허락하는 일이다.”

결국 아버지께 드리는 기도는 자녀 됨의 자각으로 완성된다. 말을 낭비하지 않고, 관계 안에 머물며, 용서 안에서 형제로 살아가는 삶. 그 삶이 곧 “아버지”라고 부르는 기도의 가장 깊은 응답이다.

(Monastero di Bose 홈페이지에서)

————————

Chiedergli semplicemente di essere Padre

(마태 6,7-15)

Come un quadro in una cornice, così la preghiera del Padre nostro che il Cristo insegna ai suoi discepoli risulta incastonata fra due versetti che la precedono e altrettanti che la seguono.

C’è innanzitutto un invito alla sobrietà, a parole parche, misurate nella quantità: fin dalla notte dei tempi l’uomo è riuscito con sorprendente facilità a fatigare deos, a stancare gli dèi a suon di parole, assillandoli di richieste (e forse anche ad affaticare se stesso…).

La vera preghiera è, invece, sottrazione di parole, più che addizione; è saperci preceduti, ascoltati, attesi da un abbraccio benedicente, che non ha bisogno di sentirci dire molte cose, perché «sa» già quel che affiora nel nostro cuore prima ancora che sulle nostre labbra.

Pregare non è dire preghiere:

pregare è rotolare

nel buio della tua luce,

e lasciarci raccogliere,

e lasciarci parlare

e lasciarci tacere

da te.

Pregare sei tu che preghi,

tu che respiri,

tu che mi ami;

e io mi lascio amare

da te.

Pregare è un prato d’erba,

e tu ci passi sopra (Adriana Zarri).

In questo spazio di parole rarefatte, di cuore dilatato, di silenzio accogliente può allora risuonare la voce che invoca: «Padre», il gemito dello Spirito che mormora in noi che abbiamo «ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15).

Scopriremo allora che, nel nostro pregare, «in verità, è sufficiente una parola sola. Basta la parola “Padre”.

Se analizziamo questa orazione, ci rendiamo conto che vi è assente l’argomentare. Nel Padre nostro non si fanno ragionamenti, tutto si concentra attorno al Padre. Il sintagma vocativo in apertura, “Padre nostro”, è chiaramente la parola chiave. È vero che poi si parla di Volontà del Padre, di Nome del Padre, di Regno del Padre, ma è sempre attorno alla scoperta del Padre che si continua a girare. Possiamo dire che, più che pregare chiedendo la soddisfazione di questa o di quell’altra necessità, nel Padre nostro si domanda al Padre di essere Padre. Il destinatario della preghiera, Colui al quale ci rivolgiamo, emerge come oggetto della supplica stessa». Gesù non ci ha consegnato una formula per i nostri riti, ma «ci ha introdotto in una relazione, ci introduce in una vita, ci dà accesso a un’esperienza» (J.T. de Mendonça).

Come suggeriscono poi i versetti finali del nostro passo, la verità della preghiera sta nella relazione che genera, più che nelle parole di cui si riveste: i figli, amati dal Padre, divengono a poco a poco capaci di ri-amare, di donare, e di perdonare.

Rivolgendo gli occhi al Padre delle misericordie, nel perdono noi ricordiamo che «l’altro non è Dio, e proprio per questo non ci si può dimenticare della sua imperfezione, della possibilità della sua fallibilità, del suo essere strutturalmente fragile. Perdonare è concedere all’altro di essere umano fino in fondo, di permettergli cioè di tentare di essere una persona migliore perché non lo è fin dall’inizio, e non lo è sempre» (L.M. Epicoco).

La preghiera al Padre si compie allora nel nostro scoprirci figli e nel nostro agire da fratelli, capaci di non sprecare parole e di sconfinare nel perdono.

un fratello di Bose

Previous Article

답글 남기기

Your email address will not be published. Required fields are marked *.

*
*

이 사이트는 Akismet을 사용하여 스팸을 줄입니다. 댓글 데이터가 어떻게 처리되는지 알아보세요.